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ToggleC’è qualcosa di profondamente intimo nella fotografia di viaggio, qualcosa che va ben oltre il semplice immortalare un paesaggio o un volto esotico incontrato lungo la strada; è un modo per dialogare con il mondo che ci circonda, per rallentare il passo e lasciare che sia il luogo stesso a raccontarci chi è, cosa nasconde, quali storie si celano tra le sue pieghe più segrete e meno battute.
Non ho mai pensato al viaggio come a una fuga o a una vacanza: per me è, da sempre, una forma di ricerca, un tentativo ostinato di catturare un’emozione effimera nel preciso istante in cui si manifesta, che sia un fascio di luce tra i tetti di Istanbul o l’eco del silenzio nella steppa mongola.
Il tempo della scoperta non ha orari
Viaggiare con una macchina fotografica al collo significa imparare a rinunciare all’ansia di “vedere tutto” per concentrarsi, invece, su ciò che davvero merita di essere guardato; significa svegliarsi prima dell’alba per rincorrere quella luce tenue e ancora incerta che trasforma qualsiasi paesaggio in una poesia visiva, oppure rimanere fermi per ore in attesa che il sole scenda al punto giusto dietro una duna, un palazzo, una nuvola che danza lenta sopra le nostre teste.
Se devi fotografare alla svelta senza fermarti un attimo allora questo stile fotografico non fa per te, o magari non fa per te proprio la fotografia.
E in tutto questo, il tempo si dilata, perde il suo ritmo serrato da agenda e si trasforma in un respiro lungo, in un invito a essere presenti, profondamente presenti, nel qui e ora di ogni fotogramma.
Non esistono luoghi banali, solo sguardi disattenti
Molti mi chiedono quali siano i luoghi migliori per fare fotografia di viaggio, quali mete suggerirei a chi vuole iniziare un progetto visivo legato all’esplorazione.
La mia risposta, sempre un po’ controcorrente, è che non servono deserti infiniti, città impossibili o scenari da copertina per realizzare una fotografia di viaggio che racconti davvero qualcosa; servono, piuttosto, occhi attenti e cuore disponibile, perché ogni luogo, anche il più vicino e apparentemente insignificante, può diventare uno scenario narrativo potente se lo attraversi con il giusto spirito.
Detto questo, è vero anche che ci sono contesti che sembrano quasi fatti apposta per essere raccontati con l’obiettivo: penso all’Islanda, con le sue coste frastagliate e i contrasti cromatici che si accentuano nelle tonalità del bianco e nero, o alla luce verticale e impietosa di Matera, che scolpisce ogni muro e ogni gradino come se fosse marmo antico, oppure alle strade polverose dell’Andalusia, dove ogni porta, ogni finestra, ogni insegna sembra uscita da un racconto cinematografico.
Ma ho scattato fotografie indimenticabili anche nella nebbia della pianura padana, lungo argini sconosciuti o nelle stazioni di provincia, dove i volti raccontano un’Italia che non fa rumore, ma che merita di essere osservata con rispetto e attenzione, la fotografia di viaggio è anche questo, anche perché cosa significa veramente “viaggio”?
Il bagaglio emotivo è più importante di quello tecnico
Una buona fotografia di viaggio non dipende mai solo dalla qualità dell’attrezzatura, ma dal modo in cui riesci a entrare in relazione con ciò che ti circonda; non basta conoscere i parametri di scatto o avere lo zoom perfetto se non ti fermi a osservare, se non ti mescoli alla vita quotidiana di un mercato, se non ascolti davvero la storia che un volto o un paesaggio hanno da raccontarti.
Io ho imparato più da una conversazione silenziosa con una donna anziana seduta all’ombra di un portico che da centinaia di tutorial tecnici, perché la verità è che una foto di viaggio è, prima di tutto, un atto di ascolto.
Non c’è bisogno di rubare scatti: è molto più potente aspettare che l’occasione si presenti, e quando succede, lo capisci immediatamente, perché tutto si allinea — la luce, il gesto, il contesto — e allora sì, puoi premere il pulsante e fare la perfetta fotografia di viaggio.
La fotografia come mappa interiore
Ogni fotografia di viaggio scattata diventa per me una tacca sulla pelle, una nota di diario, un appunto visivo che racconta non solo il luogo dove sono stato, ma anche chi ero io in quel momento, cosa cercavo, cosa provavo; e per questo motivo riguardare quelle immagini, anche a distanza di anni, è come riscoprirsi, come sfogliare un libro in cui le pagine cambiano significato con il passare del tempo.
Ho foto che non mi dicevano nulla quando le ho scattate e che oggi, invece, mi parlano con una forza emotiva nuova; ed è questo, forse, il dono più grande che la fotografia di viaggio ci regala: la possibilità di costruire un archivio della nostra evoluzione, non solo come fotografi ma anche come esseri umani.
L’attrezzatura per la fotografia di viaggio
Quando preparo lo zaino per un viaggio, ogni singolo pezzo che ci metto dentro deve avere un senso preciso, una funzione reale, perché ogni grammo in più lo senti sulle spalle e ogni scelta sbagliata ti complica lo scatto, invece di semplificarlo. Per me la regola è sempre la stessa: portare meno, ma meglio, senza rinunciare alla qualità e alla flessibilità anche perché la fotografia di viaggio è soprattutto dinamismo!
Il corpo macchina
Come corpo macchina, ormai da tempo ho scelto una Fujifilm X-T4, che reputo la perfetta alleata per questo tipo di fotografia. È robusta ma leggera, tropicalizzata, quindi resiste bene a umidità e polvere, e soprattutto ha una resa cromatica eccellente già in JPEG, che in viaggio può fare la differenza quando non hai tempo o modo di post-produrre subito tutto. Il suo mirino elettronico è un altro punto a favore, perché riesco a valutare in tempo reale l’esposizione finale senza dover indovinare.
Le ottiche, secondo me
Per quanto riguarda le ottiche perfette per la fotografia di viaggio, il mio compromesso ideale è l’ XF 18-135mm, un obiettivo tuttofare che riesce a coprire la gran parte delle situazioni che mi trovo davanti. Dal paesaggio ampio alla scena urbana più ravvicinata, riesco ad avere sempre una soluzione pronta, e la stabilizzazione integrata mi salva spesso in condizioni di luce complicata.
Quando però il viaggio ha un’anima più umana, più immersa nel quotidiano delle persone, mi piace portare con me anche un 35mm f/1.4, che mi obbliga ad avvicinarmi, a entrare nel racconto, a trovare l’inquadratura col corpo, facendo sì che ogni scatto sia frutto di una scelta consapevole e non della comodità dello zoom.
Il cavalletto serve?
Il cavalletto, sinceramente, lo porto solo in situazioni specifiche: se ho in programma fotografie notturne, oppure se voglio sperimentare lunghe esposizioni in luoghi in cui ho tempo e spazio per farlo. In alternativa, per alleggerire il carico, uso un mini treppiede da viaggio, che riesce comunque a garantire un minimo di stabilità quando serve, ma a dirla tutta non lo reputo un accessorio indispensabile per la fotografia di viaggio.
Altre cose necessarie, sempre secondo me nella fotografia di viaggio
Infine, non posso non menzionare i filtri ND e polarizzatori: in alta montagna, al mare o anche solo durante le ore centrali del giorno, mi aiutano a gestire la luce e ottenere risultati più raffinati. E naturalmente una power bank potente e delle schede SD veloci, perché nulla è più frustrante di rimanere senza memoria o senza energia nel momento in cui la luce fa il suo gioco migliore.